Omeopatia
OMEOPATIA e un po’ di storia
Da un’intuizione di Samuel Hahnemann ha origine, alla fine del Settecento, una scienza che avrebbe portato grandi benefici nella cura di alcune malattie.
“La verità è che non so guarirvi, amici miei!”: era il 1789 quando, con queste drammatiche parole un medico tedesco, Samuel Hahnemann, si accomiatava dai suoi pazienti che, prostrati da ogni sorta di infermità, affollavano il suo studio, alla ricerca, se non della guarigione, almeno di un sollievo dalle sofferenze. Sollievo che i medici di allora, nonostante i progressi della medicina, non erano ancora in grado di dare agli ammalati: si soffriva e si moriva ancora per malattie e infezioni che oggi sono ritenute banali.
Nel Cinquecento la scienza medica poteva dirsi edificata su basi nuove, rispetto al Medioevo; nel Seicento l’anatomia microscopica iniziava a esplorare il corpo umano nel più piccolo dettaglio e nel Settecento, superando la mera osservazione, si andava sempre più verso lo studio della struttura e del funzionamento di organi e tessuti, sia in condizioni di normalità, sia di malattia, gettando le basi dell’anatomia patologica. Tuttavia, nell’anno della Rivoluzione Francese, il livello di terapie, cure e farmaci era ancora quello descritto un secolo prima da Molière nel suo Malato immaginario.
Un’intuizione geniale
Samuel Hahnemann, nato nel 1755 a Meissen, una cittadina a nord di Dresda, aveva studiato medicina lavorando come traduttore di opere mediche da svariate lingue; ma era esperto anche di farmacologia, chimica, mineralogia. Divenuto direttore dell’Ospedale di Dresda, continuò a occuparsi dei suoi malati sino a quel 1789, quando decise di smettere temporaneamente di praticare la professione di medico, per dedicarsi alla ricerca di un metodo di cura basato su prove e non su preconcetti. Nel 1790, traducendo la Materia Medica, opera dello scozzese William Cullen, venne a conoscenza di uno strano fenomeno. Cullen aveva osservato che gli addetti alla lavorazione della corteccia di china presentavano spesso febbre e altri sintomi simili a quelli della malaria, a quei tempi curata con la corteccia di china stessa. Fu l’inizio di una rivoluzione.
Piccole dosi per grandi risultati
Hahnemann decise di sperimentare su di sé gli effetti della corteccia di china, e via via quelli della digitale, della belladonna, del mercurio, dello zolfo, del rame… I dosaggi, sempre più bassi, erano frutto di una tecnica da lui stesso messa a punto, detta “diluizione omeopatica”: alla sostanza di base, in soluzione alcolica o triturata con lattosio, venivano aggiunte nove parti di acqua; a questo preparato veniva inferto un certo numero di scosse ritmiche, dette dinamizzazioni o successioni; poi con una parte di questa soluzione più nove parti di acqua si otteneva la seconda diluizione decimale, e così via. Maggiori erano la diluizione e la dinamizzazione, maggiore era il potere curativo delle sostanze, mentre erano annullati gli eventuali effetti tossici. L’efficacia dei preparati si manifestò in numerosissimi casi: fu allora che Hahnemann capì di avere scoperto una nuova legge terapeutica secondo la quale l’assunzione da parte di soggetti sani di sostanze a dosi abituali provoca in loro specifici disturbi, mentre l’assunzione a dosi infinitesimali da parte di soggetti ammalati può guarirli o provocare la scomparsa dei sintomi. Per questo nuovo approccio alla medicina Hahnemann coniò addirittura il nome: “omeopatia”, dal greco homoios, che significa simile, e pathos, che significa sofferenza.
Un successo internazionale e duraturo
Hahnemann aveva aperto ai suoi contemporanei un nuovo sguardo sul mondo della sofferenza e della malattia: tra il 1830 e il 1860 l’Europa fu pervasa da questo nuovo fermento, e l’entusiasmo per l’innovativo metodo di cura era talmente grande da far pensare che avrebbe potuto sostituire del tutto la medicina tradizionale. Grandi personaggi divennero seguaci della nuova medicina: dal maresciallo Radetzky a Maria Malibran, da Beethoven a Goethe, Chopin a Benjamin Disraeli, da Dickens a Henry James, in un crescendo di consenso che ancor oggi ne fa uno dei metodi di cura “alternativi” maggiormente seguiti.



